Non ci occupiamo di politica e non siamo esperti in giurisprudenza, però la rilevanza del prossimo referendum sulla Giustizia ci ha indotto a riflettere all’interno del CdA sulle possibili conseguenze della riforma sulla società. Un confronto aperto e privo di pregiudizi che ha rilevato una visione largamente condivisa dei membri del Consiglio. L’idea emersa è che la giustizia avrebbe sicuramente bisogno di una riforma che la rendesse più efficiente, veloce e “giusta”, ma che tale riforma dovrebbe essere condivisa dai più come lo è stata la stesura della Costituzione che, lo ricordiamo, la riforma della Giustizia andrà a modificare in sette dei suoi articoli (87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110).
Viceversa, l’attuale riforma sembra contrastata non solo dall’opposizione, ma pure da larga parte della magistratura con il rischio che al prossimo cambio di Governo si proceda a un’ulteriore modifica. Non solo. Un elemento critico evidenziato dai contrari è il rischio di indebolire uno dei cardini della Carta approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre del 1947: la separazione dei poteri. Un cardine già in crisi con il potere legislativo sempre più sotto l’influenza di quello esecutivo da ormai diverse legislazioni, grazie al ripetuto ricorso a decreti legge su temi che non presentano nessun requisito di necessità e urgenza e che sono convertiti in legge con il ricorso alla fiducia, di fatto, togliendo al Parlamento il necessario dibattito in aula.
Con la riforma della Giustizia, affermano alcuni esperti, il rischio è che la magistratura perda la sua indipendenza e sia maggiormente soggetta a un controllo da parte dell’esecutivo, che vedrebbe ulteriormente amplificare il suo potere a scapito degli altri due poteri. Senza entrare nei dettagli tecnici, a fare presupporre la riduzione dell’autonomia della magistratura sono le norme riguardanti il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che verrebbe sdoppiato creando due organi, uno per i Giudici e uno per i Pubblici Ministeri, privati entrambi dalla competenza di trattare l’illecito disciplinare del magistrato, per il quale verrebbe istituito un terzo organo: l’Alta Corte. Di fatto, ci sarebbero tre organi anziché uno con conseguente aumento dei costi e con possibili conflittualità tra loro. Altro aspetto che preoccupa è la modifica delle nomine dei componenti dei CSM e dell’Alta Corte, non più eletti dai magistrati ma sorteggiati tra gli aventi diritto. Per contro, i rappresentanti “laici” di nomina politica sarebbero sorteggiati all’interno di una lista preselezionata di eletti in Parlamento in seduta comune che, presumibilmente, rispecchieranno la maggioranza al Governo. Un modo che, a detta degli esperti, aumenterebbe in maniera significativa il rischio “controllo” dell’esecutivo sulla potere giudiziario. Altro limite individuato dagli oppositori della riforma riguarda la separazione delle carriere che renderebbe il Pubblico Ministero meno indipendente, più influenzabile dalla politica e dai media con il rischio di farne un “superpoliziotto” al servizio del potere, più aggressivo e meno garantista. Una serie di modifiche che valutiamo con preoccupazione per il futuro della giustizia in Italia e ci inducono a recarci alle urne del referendum del 22 e 23 marzo per votare NO alla riforma.
Comitati per il NO
www.giustodireno.it
www.referendumgiustizia2026.it